La giovane santa cilentana dai capelli bianchi.

«Marianeve si ricordò le parole di Gabriele, che una volta le aveva detto: la carità non si merita, la carità non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, la carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.»

Il passaggio stralciato alla pagina 369 del libro che ne conta 464, evoca, attraverso le voci, i pensieri dei due protagonisti citati, la più grande tra le virtù teologali. Quella “carità” intesa come agape, un amore di fraterna condivisione, mirabilmente espresso nell’Inno alla Carità.

Racchiuso nel capitolo 13 della prima lettera di san Paolo ai Corinzi.

«La Carità Carnale» in libreria dallo scorso 25 febbraio, edito da Bompiani per la collana Narratori italiani, è il secondo romanzo di Monica Acito.

La giovane scrittrice di origine campana, già esordiente con la stessa casa editrice con il suo primo romanzo «Uvaspina»  (https://www.laltraribalta.it/2024/03/15/nel-palazzo-donnanna-il-volto-di-napoli-le-umanita-diverse-riflesse-nel-mare-di-posillipo-una-sfrontata-dolcezza-prorompe-nelle-pagine-di-uvaspina-primo-romanzo-di-monica-acito/); inaugura un neo dolce stil novo letterario.

Un linguaggio più immaginato che tradotto, dove il testo ascende dal foglio in una percezione tridimensionale. Densa di visioni e metafore costruite su espressioni inedite. Che prevalgono rispetto alla combinazione delle parole e della sintassi adottate.

Una pratica compiuta in questo nuovo lavoro dove ogni riga di testo gronda di poesia e metrica.

Una prosa vernacolare dove ogni termine risalta in un fremito imprevisto. Una voce narrante che muta il racconto in teatro.

                                                                            Pagine che diventano carne.

Quanto basta per “sentire” il sangue e il furore che scuotono l’animo dei lettori.

                                                                           Non più soggetti passivi.

Capaci di cogliere quel patto di fiabesca devozione popolare.  Che dalle novelle seicentesche di Giambattista Basile respira nei nostri giorni contemporanei. Grazie soprattutto al carisma, alla sensibilità di autrici come la regista, drammaturga Emma Dante. In un irripetibile solco umanistico tracciato dai grandi autori della letteratura italiana. Nati come la Acito, matura nell’assumere il loro testimone pregiato, nel golfo di Partenope.

                                                                              Ai piedi del Vesuvio.

«Dov’è carità e amore, lì c’è Dio. Giulia Di Marco guariva le persone col suo corpo, e nel suo corpo c’era tutto lo Spirito Santo.» Alla pagina 11, nel prologo che rimanda alla vita tribolata della giovane Giulia Di Marco, nella primavera del 1605;  l’autrice svela l’antenata ascendente della protagonista del romanzo.

Incentrato sulla vita di Marianeve Pezzullo. Una bimba originaria di Canfora, fantasioso paesino dell’entroterra montano cilentano. Sin dai primi anni della sua vita, Marianeve manifesta prodigiose peculiarità. Evidenziate già nell’aspetto fisico. Caratterizzato da una straordinaria chioma dai capelli bianchi. Come una coniglia selvatica.   

Un amore viscerale, totalizzante investe il rapporto filiale fra Marianeve e il suo papà, soprannominato Sarchiapone. Un sentimento potente. Dominante dall’afflato genitoriale del contadino, titolare insieme alla moglie – nota Miciona – di una bottega alimentare. L’attività commerciale risucchia quotidianamente la vita dei genitori, senza possibilità alcuna di riposo o svago, anche limitato. Il lavoro e la fatica incessante del goffo Sarchiapone, votato al sacrificio continuo, alimentano aspettative sovraesposte per il futuro della figlia. Destinataria di ogni possibile attenzione, sforzo e risorse – sempre più esigue – per offrirle le migliori condizioni possibili. Capaci di realizzare i progetti più ambiti per la sua vita. Da “artista”, immaginata nello stereotipo paterno di Sarchiapone.

Un affetto magnetico, ingombrante. Talvolta opprimente, accompagnato dagli odori del lavoro, dei salumi e dei prodotti maneggiati. Impregnati nella sua logorata divisa da lavoro, completata da un inseparabile berretto arancione. Sempre più sbiadito. Al pari di una crescente, cronica tosse.

Presagio di una salute sempre più fragile. Una scintilla respingente insita di vergogna insiste nello sguardo di Marianeve rivolto al suo amato papà.  Un sentimento distonico intriso di compassionevole pena rifrangente altri sguardi. Quelli classisti, di spregio di compaesani che circondano quella famiglia così semplice quanto unita. Anche le bambine, compagne di scuola e di giochi di Marianeve, sono attratte in quel luogo di lavoro che fa campare i Pezzullo. In particolare uno sgabuzzino adiacente la bottega, dove sono riposte le scorte di magazzino, diventa il ritrovo dove le amiche scoprono nei giochi segreti da piccole donne le trasformazioni dei loro giovanissimi corpi.

Durante questi “incontri proibiti”, all’età di nove anni Marianeve scoprirà inconsapevolmente il suo talento taumaturgico manifestatosi attraverso le parti intime del proprio corpo. La sua coetanea Lucrezia, afflitta da lancinanti emicranie, risulterà la prima miracolata grazie all’accoppiamento fisico con la sua compagna dai capelli bianchi.

Il patto sul riserbo di questa straordinaria virtù detenuta da Marianeve sarà ben presto violato da Lucrezia. Con le ricadute emotive non semplici da gestire per la personalità acerba della giovanissima “santa” a sua insaputa. 

L’esperienza si ripeterà in un contesto diverso, ben più complesso, considerata anche la maggior età, nel trasferimento di Marianeve a Napoli per intraprendere gli studi universitari. Il trasloco presso l’appartamento ubicato al centro storico, condiviso con due coinquiline studentesse, effettuato insieme all’inseparabile genitore è uno spaccato di vivido neo realismo. L’autrice illumina a giorno con una luce potente quella “zona ambigua di rapporti familiari e sentimentali. Dove l’amore di un genitore comunque imperfetto ci porta a guardare chi ci ha generato con uno sguardo ingiusto. Spietato. Quello sguardo obliquo del mondo che spesso viene dall’esterno.”   

Nella scoperta di una città dai mille volti, spesso animaleschi, fra gli anfratti e i tesori scoperti nel centro storico, avvolgente o schiuso “come un’ostrica”, avanza la frequentazione con Gabriele. Lo studente dal carattere più introverso e schivo fra gli amici delle coinquiline di Marianeve risulterà elemento decisivo di raccordo nella vicenda del romanzo.  

Restio a mostrarsi in pubblico, Gabriele ha il viso sfregiato da una macchia rossa simile a un “corallo marino”. Sarà lui a rivelare alla sua amica, la storia di Giulia Di Marco, santa vissuta nel Seicento. Dichiarata eretica dal Santo Uffizio dell’Inquisizione, per aver fondato la setta de la Carità Carnale.  

Come Lucrezia, Gabriele beneficerà di una prodigiosa guarigione grazie ai rapporti intimi con Marianeve. Il suo viso assumerà per la prima volta le normali sembianze di un volto bello e pulito.     

Anche in questa occasione il prodigio operato da Marianeve si diffonderà rapidamente per i vicoli del quartiere e non solo. La fama divinatoria alimenterà presso la fatiscente dimora che ospita le tre universitarie un  pellegrinaggio di soggetti di varia estrazione. Desiderosi di essere ricevuti dalla giovane santa. Per essere guariti dalle singole sofferenze.

Il repentino cambio di registro con gli esami universitari non superati e la carriera accademica mutuata in una chimera, non smorza le evanescenti aspettative di Sarchiapone.  Pendolare sempre più malandato fra Canfora e Napoli con le sue esagerate premure rurali. Quantificate nelle svariate scorte di “boccacci” colmi di ogni specialità di conserve da riempire un frigo scalcagnato, puntualmente vuoto.

La consapevolezza di Marianeve nella contezza del “dono” con il possesso della sua carità carnale la sdogana dalla percezione di straniamento, diversità, patito al cospetto delle altre sue coetanee. Al loro ben diverso stile di vita coerente alla giovane età.    

Il suo immedesimarsi in una rinnovata Giulia Di Marco del terzo millennio le procura una nuovo progetto di vita da assolvere, un mandato diverso quello prospettato con gli studi e le attese dei genitori.

In questo ambito la narrazione del suo rientro in Cilento, scortata dall’immancabile Sarchiapone, stremato dal male che ne compromette ogni passo, prefigura visioni messianiche di redenzione. Un epilogo che connette elementi della parasceve  al calvario del Golgota sino al compimento di una legittima parusia laica. 

Sullo sfondo della trama comparse non secondarie di pirandelliana vicinanza, completano un affresco di umana varietà. E’ il caso di alcuni infermi che si mettono in coda per intercedere un incontro miracoloso con la santa dai capelli bianchi. Così la stessa Miciona, ombra inconsistente del coniuge Sarchiapone. Fragile personalità non distante dalla reietta Spaiata incontrata in “Uvaspina”.  Rinchiusa in un cupo invalidante silenzio. Rotto solo da un disperato sfogo di rancoroso dolore. Che ne manifesta l’avido credito di un agognato affetto mancato.

                                               Un vuoto incolmabile per un lutto irreversibile.   

La lingua ricca di immagini, piena di odori e sapori, adottata dall’autrice riesce a coniugare in una mirabile armonia le ambientazioni amene e disadorne delle “campagne incendiate dal sole del Cilento” con la fòja del pullulare di contrastanti profili e figure. Che affollano i pertugi, le vie di una città animalesca dai mille tentacoli.

Monica Acito con Wanda Marasco. Campania Libri Festival. Palazzo Reale a Napoli ottobre 2025

Questo neo dolce stil novo letterario non cela una predilezione di Monica Acito per le sue autrici di riferimento sudamericane. Una forte sintonia di formazione con Anna Maria Ortese le accredita una sua originale versione nella continuazione di una scuola letteraria di alto profilo contemporaneo. Coerente ad un solco umanistico partenopeo avviato da Matilde Serao. Ripreso dai grandi interpreti di una filiera letteraria che si tramanda integra grazie ad un lascito generazionale di inattaccabile spessore.        

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