E dal cielo caddero tre mele. In Italia l’inno alla vita di Narine Abgarjan.

“Un barlume di felicità non cresce fino a diventare giorno o settimana senza che Dio ci metta il Suo zampino. Se hai avuto in dono la felicità, accoglila e sappi essergliene grato.”.

Il verso citato è estrapolato dalla terza parte, l’ultima che precede l’epilogo di un romanzo struggente quanto necessario alla lettura, impegnata o distensiva dei popoli europei e non solo.

“E dal cielo caddero tre mele” è l’ultimo libro scritto da Narine Abgarjan, scrittrice russa di origine armena, nata a Berd nel 1971.  Approdato in Italia grazie a Francesco Brioschi Editore con la preziosa traduzione di Claudia Zonghetti, il libro è già uscito in Francia e presto lo sarà in Inghilterra, India. Ungheria, Estonia e Arabia.

La vicenda, divisa in tre parti più un epilogo (corredati da un’appendice dedicata alla pronuncia dei nomi dei personaggi e a un glossario di termini), conduce quasi per mano il lettore a vivere la vita di Maran, piccolo borgo montano dell’Armenia del secolo scorso.

Dove pochi abitanti occupano poche case abbarbicate in cima e collegate alla valle più popolata da un postino che si avventura con un mezzo di fortuna, una volta a settimana per consegnare la posta e qualche notizia dal mondo civile.

In questo luogo incantato, dove il tempo pare si sia fermato in un silenzio tombale, si muovono lenti i membri della piccola comunità. Resa ancora più fragile e indifesa rispetto alla normale precarietà nel sostentamento quotidiano, dal susseguirsi di tragiche calamità (carestie e terremoti) che ne decimano con lo stesso dolore di un genocidio, il numero dei residenti.

L’attenzione dell’autrice (ispirata da ricordi legati alla sua infanzia vissuti in quei luoghi) si posa su Sevojants Anatolija, protagonista nella storia, che dopo una vita di stenti segnata da dolori e lutti nella sua famiglia di origine, ha deciso, al pari di altri suoi vicini di casa, sia giunto il momento di morire.         

Il malore che si manifesta con delle emorragie sviluppa una serie di altre vicende che mettono in fila la vita minimale di una comunità, fatta di piccoli gesti rudimentali e artigianali.

Raccontati con una cifra poetica e sentimentale che allevia con la descrizione di paesaggi naturalmente acerbi e aspri quanto sorprendenti, esperienze traumatiche di dolore.

Anche la morte che coinvolge tante vittime in giovanissima età, assume i contorni di una ratio non estrema come normalmente assunta nelle culture occidentali e capitalistiche.

Con il volto segnato e l’esile fisico spossato sin dall’infanzia negata, Anatolija riempirà tutti i giorni della sua vita con contenuti e sentimenti di amore per la vita.

Quasi un paradosso considerato, l’ambiente di partenza.  La straordinaria attrazione mostrata per lo studio autodidatta con l’altrettanto lavoro quotidiano nella realizzazione dell’unica biblioteca di Maran sono le premesse per le esperienze d’amore e di coppia che affronterà con il medesimo stile. Forte di una resilienza inedita.

Un’energia inedita che sarà premiante per l’intera comunità con l’evento prodigioso che si compirà nell’epilogo.

La vittoria della vita che rinnova bellezza e speranza è narrata con una prosa delicata, quasi magica che produce sollievo ed empatia al lettore.

Narine Abgarjan che ha conquistato i cuori dei più giovani lettori russi e armeni, grazie alle sue storie, ha debuttato lo scorso sei settembre al Festivaletteratura di Mantova, presentando il suo libro insieme alla nostra Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’Arminuta (Einaudi).

Certamente torneremo a rileggerla.

 

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