«I figli non sono come li abbiamo immaginati.»
L’assioma che appare come una certezza è stralciata da un ragionamento della protagonista di un originale romanzo crime. Una giornalista, impegnata a rivisitare la biografia di uno dei più noti protagonisti della criminalità organizzata napoletana. La conclusione della esordiente saggista riflette il suo approfondimento sul figlio dello stesso boss, oggetto del suo studio.
Un lavoro editoriale nuovo per la stessa giornalista, specializzata professionalmente sui temi afferenti cultura e intrattenimento.
Donnaregina, è l’ultimo romanzo scritto da Teresa Ciabatti, in libreria dallo scorso aprile, edito da Mondadori.

La trama si nutre da una vicenda che poggia lo scenario su eventi reali consumatisi sul crepuscolo del Novecento. Sullo sfondo alcuni personaggi realmente esistiti instaurano una narrazione immaginifica con alterni equilibri fra situazioni e figure verosimili.
Utili a declinare il percorso narrativo principale con affluenti di fatti e filoni scenici riflettenti realtà emergenti della nostra società contemporanea.
Fragilità e dinamiche umane trasversali. Per categorie sociali dalle estrazioni diametralmente opposte. Un mosaico di tessere capace di condurre il lettore a conclusioni chiare. Che prescindano da ceti o pedigree vantati da ciascun protagonista.
Il titolo del libro richiama i luoghi d’origine del superboss della camorra che si relazione con la giornalista per scrivere la sua inedita biografia. Così Giuseppe Misso, detto ‘o Nasone, titolare una serie dei più gravi reati inclusi nel codice di procedura penale, accusato di oltre centottanta omicidi commessi o commissionati entra nella vita della scrittrice.
Totalmente ignara sia della cronaca giudiziaria che del pianeta Napoli, mai conosciuto in prima persona.
L’incarico affidato crea un rapporto fra la scrittrice e l’ex capo mafioso. Alternato fra incontri blindati dai protocolli di sicurezza, messaggi telefonici. Un legame che cresce anche in una tensione fra i dubbi della neo scrittrice, le contraddizioni del boss, i silenzi assordanti dei colleghi giornalisti esperti. Spariti di fronte a ogni richiesta di aiuto invocato dalla scrivente. Sotto pressione anche da esigenze stringenti dell’editore. Talvolta in antitesi con quelle dello stesso Misso. Un personaggio che al netto di tutto il suo passato, fuori da qualsiasi perimetro di legalità, esterna il suo profilo umano.
Un terreno agibile al percorso della sua intervistatrice. Colpita, suo malgrado da una inedita esperienza vicina a quella del suo complesso interlocutore.
«Cercando Giulio, Bruna, passando per mia figlia, sono arrivata a me. Questa non è una storia di padri e figli, ma il naturale riposizionamento della mezza età – chi sono, dove vado. Cos’è la morte – la domanda a cui sfuggo dall’inizio. Addio ragazza intrepida, o qualunque cosa io abbia creduto di essere.»
Nell’inevitabile canale dei rapporti affettivi, nell’incespicare di passi errati compiuti da genitori sempre più in difficoltà nel confronto con i propri figli, l’aspirante narratrice trova un approdo da raccontare solidale con il suo interlocutore.
Nell’affannosa ricerca di Bruna, Misso junior, la giornalista realizza la fuga di Camilla – sua figlia – dal controllo dei genitori. Nel pieno di una crisi esistenziale adolescenziale, la giovanissima studentessa, manifesterà, fuori tempo limite, rispetto alla comfort zone dell’habitat familiare, le sue drammatiche dinamiche interiori.
Sfociate nel più tragico dei gesti estremi. Inseguiti con troppi pericolosi tutorial via rete, da tantissimi preadolescenti. Vittime delle proprie fragilità.
Affogate in una dilagante solitudine.
Quattro anni dopo il suo ultimo libro, Teresa Ciabatti torna in libreria con la proposta di un tema dirimente. Terribilmente assorbito nei terreni incolti della nostra giovanissima gioventù contemporanea. Una ampia platea di soggetti, sprovvisti, in importanti percentuali, di una serie di anticorpi. Necessari per traversare guadi apparentemente semplici. Rispetto ad una verdissima età, poco supportata da una genitorialità in evidente difficoltà.

Il ricorso al portale narrativo condiviso con l’importante esponente della criminalità organizzata basato a Napoli e la professionista della comunicazione, estranea ai due elementi complementari; riveste un espediente audace e apprezzabile.
Alcuni innesti in una fiction efficace come la visione del dissesto idrogeologico al cimitero di Orbetello offrono una metafora potente rispetto alla postura arrendevole degli adulti rispetto ai segnali criptici dei figli.
Probabilmente non entusiasma l’approdo al tema più importante che emerge in tutta la sua imponenza. L’endorsement non trascurabile di Roberto Saviano, destinatario della gratitudine dell’autrice nei ringraziamenti finali è un valore aggiunto.
Che non esclude nuove aspettative al termine di una prima lettura. Fluida e piacevole in sintonia alla sapiente scrittura dell’autrice.
