Era mio padre. Andrea Bajani, vincitore del Premio Strega con L’Anniversario. La necessaria transizione dal patriarcato alla famiglia.

«Che timidezza e timore siano modi di essere imparentati è un’evidenza dell’etimologia. Sono entrambi figli della paura, che in me e in mia madre assunse forme differenti, attivate in tutti e due i casi dalla figura di mio padre.»

Il passaggio sopra riportato è stralciato dalla pagina 78 dell’ultimo libro scritto da Andrea Bajani.  Il suo ultimo romanzo,  L’Anniversario, edito lo scorso gennaio per i caratteri di Feltrinelli, si è aggiudicato la settantanovesima edizione del Premio Strega lo scorso tre luglio.    

Proposto da Emanuele Trevi al Premio Strega 2025 con la seguente motivazione:

«È una storia eccezionale, quella di Bajani, che infrange un vero e proprio tabù: nelle prime pagine del libro incontriamo il protagonista che ci racconta dell’ultima volta che ha visto i suoi genitori, prima di voltare le spalle per sempre alla sua famiglia, disgregata dalla violenza del padre-padrone e dalla muta, disperata sottomissione della madre. Per delineare un’immagine credibile di questo inferno domestico e della fuga senza ritorno del protagonista, il narratore ricorre alle risorse del romanzo per mettere ordine nei dati dell’esperienza, spiccando quel salto mortale capace di condurlo dall’informità del “reale” alla consistenza e alla leggibilità del “vero”. Ed è solo così che una vicenda singola si trasforma in uno specchio in cui tutti i lettori possono intravedere qualcosa che non conoscevano direttamente, eppure li riguarda. L’anniversario è un romanzo avvincente e originalissimo, che colpisce chi legge come un pugno nella testa e nella pancia. Bajani non sente il bisogno né di condannare, né di perdonare, e ci racconta quanto sia impervia e necessaria la via del riscatto.»

Non rimane molto da aggiungere alla eloquente presentazione di Trevi, che, al netto di qualsiasi improbabile spoiler, costituisce un valore aggiunto per favorire una lettura intensa e coinvolgente.

“Era mio padre”.  E’ una conclusione che potrebbe coinvolgere più lettori di quanto se ne possa immaginare.

La scrittura stentorea, apparentemente distaccata della voce narrante ha la capacità di denudare una  «cultura» dominante in una ampia fascia sociale del nostro Paese nel crepuscolo del Novecento.  

Uno stereotipo, quello della famiglia, riconosciuto e praticato da tante “persone per bene”.

Capi di famiglia assorti  in un religioso ossequio al motto, molto in voga in tanti reduci della seconda guerra mondiale, giovanissimi meridionali, balilla, loro malgrado:  “L’omm ca po’ fa a men e tutt cos nun ten paur e nient” e ancora : ”L’omm adda fa l’omm…!”.  

Salvo poi scoprire, che l’adagio poteva valere per i loro coetanei, non più per figli e/o nipoti che non avrebbero più potuto permettersi, anche e soprattutto con l’assoggettamento economico della congiunta, la coerenza al virilismo di regime.  

Il diario della voce narrante nel testo di Andrea Bajani, è un meticoloso percorso di remissione. Dalle macerie di quel modello familiare noto e subito da tanti lettori che ne potranno apprezzare la cruda realtà, nasce l’opportunità di una alternativa possibile.    

«Credo ci sia qualcosa di cattolico e italiano, che andrebbe approfondito, in tutto questo, nel nostro ridurre a famiglia ogni atto sociale e ogni spinta identitaria, dal mutuo aiuto al capitalismo familiare alla vendetta, dall’articolazione della rete criminale all’incapacità di esprimere una forma di governo duraturo, una forma cioè di potere riconosciuto come superiore al vincolo dei geni, o della parentela.»

A prescindere dal prestigioso riconoscimento al premio letterario più noto d’Italia, l’Anniversario di Andrea Bajani, rimane un appuntamento non rinviabile per tante giovani coscienze. Un confronto irrinunciabile per continuare a ripetere e credere in quel primo, naturale luogo di relazione umana.      

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