Abitare la Pace. Prove di agibilità nel dialogo a oltranza.

«Le foto che ho fatto sono relative ad alcuni viaggi che in questi anni mi hanno visto impegnato per conto della Chiesa italiana in paesi segnati dalla guerra. In particolare in Siria, in Libano, in Terra Santa e proprio il mese scorso, in Etiopia. Dove, forse non tutti sanno, è in corso una guerra nel Tigray terribile. Che ha fatto circa seicentomila morti. Seicentomila è il numero di tutti gli italiani morti nella prima guerra mondiale. Circa dieci volte più quelli di Gaza. La differenza è che noi siamo disattenti. Colpevolmente disattenti.»

L’incipit della relazione di Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari, con la visione di suggestive immagini, infonde nella sala stipata di partecipanti, giovani in buona parte, un’aura pregna di unanime commozione. Il presule catanese, Segretario generale della CEI, è intervenuto ad una autorevole iniziativa culturale svoltasi a Sassari.

Promossa dalla Pastorale Universitaria dell’ateneo sassarese, diretta dal responsabile diocesano Don Fabio Nieddu. La pace ha diritto di essere? Il quesito, titolo del seminario, si è sviluppato con le relative Prospettive umane, giuridiche e pastorali – occhiello nella locandina dell’evento – presso la sala “Mons. Isgrò”  all’Episcopio della diocesi turritana in Corso Regina Margherita, nella serata del 30 gennaio. La sinergia attiva tra Università, diocesi di Sassari e Fondazione Accademia dei Popoli, ha richiamato una significativa rappresentanza della comunità cittadina. Insieme ad una folta delegazione di studenti universitari.

Il saluto di casa di Mons. Antonio Tamponi, Amministratore diocesano, ha introdotto l’ospite d’onore, insieme ai saluti istituzionali del Prorettore, vicario d’ateneo, prof. Andrea Fausto Piana, in rappresentanza del Magnifico Rettore, prof. Gavino Mariotti, impegnato in altri sovrapposti ambiti istituzionali.

Asciutto ma denso di esperienze toccanti e formative il resoconto di Mons. Baturi. Documentato da decine di foto-notizie. Missioni apostoliche nei luoghi martoriati dai conflitti. Alcune, in Terra Santa, condivise con il Cardinale Pierbattista Pizzabballa, patriarca latino di Gerusalemme. Emerge il cuore evangelico in una geopolitica talvolta ignota. In un mainstream quotidiano di omologato terrore.

L’esperienza di Aleppo est dove insistevano nel recente passato milizie dell’ISIS che bombardavano anche le chiese cristiane, svela orizzonti inediti. Misti di cauto stupore.   

«Sono stati i cattolici, i francescani a occuparsi dei figli di coloro che bombardavano le chiese cattoliche. Ad Aleppo le donne mussulmane compagne dei guerriglieri ISIS realizzano saponette 8xmille (con le risorse CEI ndr) in italiano. La comunità cristiana si è distinta per superare qualsiasi barriera e occuparsi di quei bambini e di quelle donne. Bambini che dovevano recuperare le abitudini ai suoni diversi da quelli delle bombe. Noi facciamo cose nel mondo di cui non abbiamo idea.»

Rispetto all’annuncio di Papa Leone XIV nella 59esima giornata mondiale della Pace, nel primo giorno del nuovo anno, rivendicato nel ricorso alla “Pace Disarmata e Disarmante. La Pace dono di Dio, costruita attraverso il perdono la comprensione e il rifiuto della violenza”; sorge spontanea la domanda sul come realizzare l’assunto del Pontefice.

Mons. Baturi arriva al cuore dei problemi, fra le macerie di materie e corpi mutilati.

«Le iniziative CEI non si limitano all’invio di denari. Andiamo a stringere mani. Per creare l’amicizia tra gli uomini. La guerra nasce da contrapposizioni estreme. Una contrapposizione tra il “mio e il tuo”. Il fattore di pace delle religioni è cercare un Dio che comprende il tutto.»

Difficile descrivere lo straordinario compendio di una sofferenza estrema vissuta in troppi luoghi del globo. Descritto con pacata fermezza dal testimone oculare. C’è l’esperienza vissuta nello scorso dicembre ad Addis Abeba per la nascita di una scuola per aspiranti ostetricie. In un luogo dove la morte di parto stronca la vita di 25 mila donne in un anno.  

La costituzione di un presidio sanitario dentro Gaza.

Sono tre i fattori decisivi proposti dal segretario CEI per realizzare la Pace.  

La scuola. L’appello per un aiuto a tenere aperte le scuole. Dove nelle stesse classi si formano insieme bambini cristiani e mussulmani. Dove la cifra decisiva si compie nella educazione delle coscienze. Un’opera lunga di educazione dove l’insegnamento del Corano è promosso dagli stessi animatori della Chiesa cattolica. Abud è il villaggio palestinese dagli ulivi secolari con una forte impronta educativa.

Riprendere un discorso di Fede. Per sostenere chi è nella Storia.    

Una minoranza. Quella dei Cristiani. Numericamente limitata, provvista di una chanche esclusiva: «essere un ponte per tutti. Perché siamo gli unici a sostenere l’Amore al nemico. Nell’Amore c’è il perdono. La condizione della vocazione richiesta che, come il “ponte”, siamo disposti ad essere calpestati.»  

Un concetto molto orientale – ribadisce Baturi – dove la Croce è raffigurata come un ponte.

Che consente il passaggio dalla morte alla vita.

Il Vangelo. L’unica cosa per essere cercatori e testimoni di Pace.

I principi esposti ci riportano all’essenza del kerigma, centro del mistero pasquale, fortemente rinnovato nel Concilio Vaticano II. Le enunciazioni, ascoltate con una attenta, unanime partecipazione in sala, si incontrano o scontrano – secondo le diverse visuali – con le dinamiche tutte terrene e quotidiane.

Che dai teatri di guerra di tutto il mondo, raggiungono le nostre vie italiane, le nostre famiglie. Dove un adolescente viene colpito mortalmente da un suo coetaneo all’uscita di scuola.  «Una cosa che non si può digerire.»  

La Pace non è una utopia.  Deve essere un progetto, un compito.

Che coinvolga anche le religioni.

L’osservatorio laico, scientifico si completa nel contributo della dottoressa Ludovica Decimo; professore associato di Diritto Canonico ed Ecclesiastico presso l’Università degli Studi di Sassari.

La relatrice evoca il ruolo decisivo di ogni religione quale strumento di pace. L’evoluzione di un tema giuridico che regoli un ordine di relazioni. «Non un essere, ma un fare.»

Attori ambivalenti capaci di attivare grammatiche della riconciliazione.

Le fragilità umane che ci rappresentano nel nostro agire quotidiano, ricordate in alcuni interventi fra i partecipanti in sala, penalizzano con reiterate ricadute le comuni aspettative di pace. L’impegno educativo nel dialogo universale, in antitesi ad un indottrinamento radicale, fautore di un proselitismo divisivo, è il terreno privilegiato di una comune condivisione.

Prof.ssa Ludovica Decimo

Per la conquista quotidiana di un nuovo Umanesimo sostenibile. 

Il tentativo di perseverare, al netto di ogni strumentalizzazione ideologica o guerra di religione, mutuata nel prolificare del mercato bellico, non può essere depotenziato.

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