«Quando ho cominciato a fare il giornalista c’erano le edicole, l’inchiostro anneriva le mani dei lettori, le redazioni erano luoghi popolati, fumosi e rumorosi accompagnati dal tic tac delle Olivetti Lexikon, dagli squilli dei telefoni, dalle voci che si accavallano.»
Le righe stralciate dall’epilogo al paragrafo 58, concludono in un’ambientazione intonata ad una visione d’essai, l’ultimo iconico saggio di Marco Molendini.
Sotto il sole di Roma, in libreria dallo scorso settembre 2025, edito da Minimum Fax, accompagna il lettore in una realistica narrazione dell’ultima decina di lustri del Novecento vissuto nella capitale. Alle prese con la transizione epocale nell’avvento del terzo millennio.

Il titolo evoca il film del 1948 diretto da Renato Castellani. Una pellicola riconosciuta tra le più espressive del neorealismo. Tanto da aggiudicarsi il premio al miglior film italiano, assegnato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla Mostra di Venezia.
La seconda di copertina ci introduce in uno scenario suggestivo agrodolce, dove nostalgia e amarcord; gioie e dolori compongono un mosaico che raffigura un’epoca trascorsa. Non completamente svanita come potrebbe sembrare.
«Negli anni Settanta il terrorismo ha impiombato le strade. La dolce vita è svanita anche nei ricordi, Chet Baker si aggira smarrito, a Fregene Flaiano e Fellini non ci sono più. Per avere fresco, la sera si fa su e giù in macchina a caccia di grattachecche e fette di cocomero. Poi, all’improvviso, si alza una nuvola di polvere e zanzare attorno al laghetto di Villa Ada ed esplode l’Estate romana, invenzione perfetta per una città dove le notti sono un invito a lasciar scorrere il tempo. Scocca la scintilla di quello che verrà chiamato riflusso. Guidata dalle avanguardie festaiole, Roma sfugge alla morsa del terrorismo proprio nell’anno peggiore, il 1977, e passa dal cinema che si accende a Massenzio a Dalla e De Gregori che si chiedono come fanno i marinai allo stadio Flaminio, dal delirio poetico di Castelporziano al fantastico carnevale brasiliano a Piazza Navona e alle notti infinite all’Hemingway e poi al bar della Pace.»
L’incipit si avvale di una visione del 1974 con la spiaggia di Fregene divenuta un set a cielo aperto. Lì si erano incontrati Federico Fellini e Orson Welles. Ovviamente di casa, l’Albertone nazionale, quel Sordi, che nel film-titolo di cui sopra, interpretava un inusuale ruolo drammatico.
L’aura che sostiene l’abbrivio del racconto entra con il piglio solerte del cronista elegante.
In un tempo cupo. Straordinario e irripetibile nei contraltari degli eventi mondani. Capaci di ammansire, con una percezione seducente, trame e fatti di una cruenta eversione politica post bellica. Dove l’indimenticabile trailer con la vespa cavalcata da Audrey Hepburn che scorrazza per le vie romane, scortata da Gregory Peck nel celebre “Vacanze romane” ne rappresenta la cifra irrinunciabile.
La versione di Marco Molendini, riesce a descrivere il bello di una estetica di sostanza fatta di artisti, prevalentemente musicisti, resi grandi nelle loro abilità, anche da una schiera di professionisti dell’informazione.
Messi nella condizione di esercitare la loro professione anche e soprattutto grazie ad editori, raramente tali nell’accezione del termine, rappresentanti interessi economici di rilevanti dimensioni.
Proprio dall’esperienza professionale personale dell’autore, iniziata con la proverbiale gavetta nelle redazioni dei quotidiani romani e sviluppatasi con la rivelazione del talento nella terza pagina consolidatosi al Messaggero, l’osservatorio sulla vita del Paese, con la lente della Capitale, risulterà brillante. Quanto caustico nelle vicende umane dei protagonisti.
Se il precedente lavoro di Molendini (luglio 2022) celebra la straordinaria dicotomia fra l’avvento del Jazz a Roma e l’irripetibile epopea di Pepito Pignatelli :
l’ideale sequel Sotto il sole di Roma, ne amplia i contorni su una società italiana controversa. Densa di paradossi. Non sempre facilmente spiegabili, tollerati da un sistema sociale paternalista. Favorito da un ombrello statalista e atlantista. Ancora sufficientemente lontano e renitente ai grandi mutamenti geo politici all’orizzonte.
Che si sarebbero manifestati in tutte le devastanti ricadute intorno al 1992.
Anno memorabile per la firma degli Accordi di Maastricht per il Trattato sull’Unione Europea e l’implosione italiana di Tangentopoli. Con l’avvio della maxi inchiesta giudiziaria avviata a Milano, nota Mani Pulite.
Il piacevole documentario narrativo di Molendini giunge alle dolenti conclusioni, senza risparmiare le tragiche scomparse di alcuni decisivi protagonisti di questa epopea.
Due facce di una stessa medaglia aderente alla storia del Paese.
Dove anche gli organi di informazioni ebbero un ruolo decisivo. La stagione del Messaggero con la proprietà di Montedison capitanata da Raul Gardini (https://www.laltraribalta.it/2022/03/22/raul-gardini-storia-di-un-visionario-illuminato-oscurato-la-parabola-dei-ferruzzi-nel-romanzo-storico-di-gianluca-barbera/) rappresenta una straordinaria quanto realistica iperbole. L’autore con i toni asciutti, talvolta irriverenti, ne depura il fisiologico coinvolgimento personale. Un affresco dalle tinte forti dove il filo che tesse una trama dei costumi sociali e politici con un’epoca apparentemente conclusa, è più che mai resistente.
Più vicino alle dinamiche odierne, radicalmente diverse, di quanto si possa immaginare.
“Col tempo tutto se ne va”. Non proprio tutto. Buona lettura.
